Blogger Widgets
marco suadoni. Powered by Blogger.
 

venerdì 22 agosto 2014

Di fronte alla vita - Jiddu Krishnamurti

0 commenti


Avete mai pensato perché venite istruiti, perché imparate la storia, la matematica, la geografia o altre materie? Avete mai pensato perché frequentate scuole o collegi? 
Non è importantissimo scoprire perché venite imbottiti di informazioni, di nozioni? 
Che cos'è tutta questa cosiddetta educazione? 
I vostri genitori vi mandano a scuola forse perché anch'essi hanno passato determinati esami e conseguito diplomi di vario tipo. 
Vi siete mai chiesti perché siete qui a scuola, e vi hanno chiesto i vostri insegnanti perché siete qui? 
Gli insegnanti sanno perché loro sono qui?

sabato 11 gennaio 2014

La frequenza vibrazionale degli alimenti

1 commenti


La moderna dietologia si basa sul calcolo delle calorie degli alimenti senza prendere in considerazione le frequenze vibrazionali emesse dagli stessi, per cui ci troviamo ad assumere spesso alimenti morti, il cosiddetto cibo spazzatura, ricco di calorie ma povero di ogni informazione utile per la vita.

André Simoneton, ingegnere elettronico francese, dimostrò nella prima metà del ‘900 che le radiazioni emesse da un organismo sano si aggirano sui 6500 Angstroms (esattamente tra 6250 e 7000), mentre sono più basse nell’organismo malato. Le frequenze della vita vibrano quindi nello spettro del Visibile e Infrarosso da 4000 a 7000 A.

mercoledì 11 dicembre 2013

Elogio della penombra - Nicola Ghezzani

0 commenti


Tutte le scimmie superiori – famiglia alla quale noi umani apparteniamo a pieno titolo – partoriscono al buio o nella penombra. In genere prediligono la notte o la fitta ombra delle piante.

Uno scienziato, un giorno, ha realizzato uno strano esperimento. Ha costretto una madre di bertuccia a partorire in un ambiente illuminato notte e giorno da una forte luce artificiale. Il vasto ambiente di laboratorio che conteneva la partoriente e il suo branco era illuminato da una luce uniforme e continua. I risultati non si sono lasciati attendere. Colpita da quella luce incessante, disturbata nel sonno, la scimmia gravida era molto inquieta e si agitava. Ma soprattutto si agitavano gli altri membri del branco. Appena la madre ha partorito (con più dolore di quanto se ne osservi in media in quella specie) i membri del gruppo si sono agitati in modo inconsulto. Ed è successo l’incredibile: alcuni hanno mangiato la placenta, altri sono giunti a mordere fin quasi ad ucciderlo uno dei due gemelli appena nati. Sotto quella luce fredda e ossessiva, il parto è stato traumatico per tutti: per il piccolo aggredito, per la madre traumatizzata e per lo stesso branco, che ha messo in atto aggressività e violenze che in natura non avrebbe mai compiuto.

martedì 26 novembre 2013

L'idrogeno di Cheope, elettricità nell'antico egitto

0 commenti


Una rassegna di idee che potrebbero cambiare il tuo modo di vedere il futuro
Una avvincente avventura tecnologica alla scoperta dell'idrogeno di Cheope, elettricità nell'antico egitto e gas di brown

Cosa c'entrano gli antichi Egizi con l'idrogeno e l'elettricità?
Utilizzavano fuel cells per produrre elettricità?
Bruciavano ossigeno e idrogeno per sciogliere metalli?

Un avvincente e documentata tesi, frutto di anni di ricerca del Dott. Aldo Adanti, vi svelerà il segreto delle piramidi egizie.
Aria infiammabile di palude

"...Io credo che l'acqua sarà un giorno usata come combustibile poichè l'idrogeno e l'ossigeno che la costitiuiscono, usati separatamente o insieme, forniranno un inesauribile sorgente di calore e luce......." 

Jules Verne: L'Isola Misteriosa 

Credo che l’uomo, in passato, abbia già sviluppato la tecnologia necessaria a separare i due gas e la piramide di Cheope non è che un esempio di impianto di biotecnologia.


Sono perfettamente consapevole che un’affermazione del genere rischia seriamente di compromettere la reputazione di qualsiasi persona razionale, ma sono disposto a correre questo rischio, anzi gradirei la collaborazione di chiunque voglia mettere in discussione le tesi che sto per esporre in modo da riuscire a togliermi questo sassolino che continua a torturarmi. Premetto che sono un Agronomo pentito dell'agricoltura tradizionale (si intende l’agricoltura degli ultimi 50 anni) che ha cercato di approfondire alcuni aspetti contradditori di una pratica agricola ormai al collasso. Durante le mie ricerche sul web mi sono imbattuto nella miriade di pagine dedicate alla piramide di Cheope (forse la prima meraviglia del mondo) e sono rimasto letteralmente sconvolto dalla sua mole e dalle varie teorie sulla costruzione e funzione. "La piramide di Cheope è composta da 2.300.000 pietre che pesano in media 2,5 tonnellate l’una. Se è stata costruita da 15.000 schiavi nell’arco di venti anni, questo vuol dire che i blocchi sono stati tagliati al ritmo di tre al minuto…!" Sono stati usati dei materiali durissimi da lavorare come il granito e la diorite in modo talmente perfetto da ipotizzare l’uso di strumenti e tecniche eccezionali. Anche nell’oggetistica ritrovata ci sono gioielli in oro e pietre (vasi di diorite) lavorati con tecniche sconosciute. Ingegneri e artigiani si sono impegnati da tempo per spiegare le diverse tecniche costruttive senza riuscire a fornirci prove convincenti, ma forse il punto debole è proprio nella valutazione del tipo di energia impiegata, cioè l'energia muscolare di schiavi e animali. Allora di quale fonte energetica disponevano gli antichi egizi ? Gli egizi praticavano il culto del sole come fonte di energia e conoscevano sofisticate tecniche di coltivazione in grado di soddisfare il fabbisogno di energia alimentare.

Secondo quanto riporta Erodoto la valle del nilo veniva sommersa dalle acqua del fiume dal mese di giugno fino al mese di settembre lasciando uno strato di limo dove gli egizi seminavano cereali a ciclo invernale raccolti prima della successiva inondazione. Dal punto di vista agronomico noi sappiamo che i cereali producono una grande quantità di biomassa non utilizzata (paglia) molto ricca di cellulosa e possiamo ipotizzare una grande frequentazione di animali (uccelli, maiali, serpenti, etc.) dopo la raccolta della coltura. Erodoto parla addirittura dell’allevamento di oche e maiali sui residui lasciati dalle coltivazioni. Adesso immaginiamo tutta quella biomassa composta da paglia ed escrementi sommersa dall’acqua del Nilo carica di limo e la temperatura raggiunta nei mesi estivi a quella latitudine. E’ facile supporre un processo di fermentazione anaerobica in cui una biomassa ricca di carbonio e arricchita da sostanze azotate delle deiezioni produce biogas o “aria infiammabile di palude”. Alessandro Volta nell’autunno del 1776 scoprì la proprietà infiammabile di questo gas studiando in un’ansa di acqua stagnante del fiume nel cremonese, in quell’epoca il fenomeno era spiegato, al pari dei fuochi fatui, con poca “scienza” e molta superstizione, addirittura c’era anche chi lo riteneva il “respiro del diavolo”. E’ possibile secondo voi che gli egiziani che conoscevano alcune biotecnologie come la fermentazione del pane, della birra e del vino fossero così ciechi da non vedere cosa stava avvenendo sotto le acque del fiume sacro? Innanzi tutto dobbiamo ricordare che lo sfruttamento di una fonte energetica permette lo sviluppo di tecnologie che ottimizzano la sua utilizzazione e mettono a disposizione gli strumenti e l’energia per esplorare altri sistemi energetici. Le piramidi egizie pur rimanendo fedeli alla forma, con alcune variazione di inclinazione, hanno avuto una evoluzione rispetto ai materiali di costruzione passando da mattoni di argilla a massi di calcaree di 20 quintali dimostrando che una maggiore disponibilità energetica e tecnologica veniva investita per ottimizzare il processo produttivo. E se il complesso di Giza non fosse altro che un impianto industriale di biotecnologie ? 



Il complesso di Giza:
un grande impianto biotecnologico ?

Noi oggi sappiamo che il biogas è una miscela di metano (65%), anidride carbonica (30%), vapore acqueo (1.9%), azoto (1,8%), idrogeno solforato (0,6), ossigeno (0.5), mercaptani (0,2%) con valori dei componenti variabili a seconda del materiale fermentescibile di partenza e le condizioni in cui avviene la fermentazione. Le principali tecnologie per la sua utilizzazione sono indirizzate alla purificazione e lo stoccaggio: la prima ci permette di avere il gas metano puro con piu alto potere calorifico (8.000 kcal/m3), la seconda l’immagazzinamento in volumi contenuti. Se le piramidi non erano monumenti funerari allora potevano essere dei biodigestori dove opportune temperature e pressioni permettevano un conveniente stoccaggio del biogas. Alcuni aspetti convalidano questa tesi:

1- La forma piramidale a base quadrata ha un alto rapporto tra la superficie esterna e il volume in modo da permettere dispersione di calore della massa.
2- Le pareti esterne erano ricoperte da calcare bianchissimo tale da riflettere i raggi solari.
3- Le pareti inclinate in modo perfetto potevano permettere un sistema di raffreddamento a film di acqua che sfruttando il calore necessario alla sua evaporazione abbassava la temperatura della massa (sistema usato in agricoltura in serre).
4- Le pareti degli ambienti interni sono di materiale diverso e in particolare granito rosso, diorite perfettamente combacianti e a tenuta stagna, quasi fatte a posta per contenere gas.
5- La piramide viene orientata con il lato dove è l’ingresso principale a nord e questa parete è anche quella che rimane sempre in ombra durante il giorno creando un gradiente termico.
6- Nell'anno 820 d.C. il Califfo Ma'mun fu il primo ad entrare nella camera del re e trova solamente un sarcofago in granito vuoto, ma racconta di aver trovato del materiale infiammabile tale da rendere l’aria interna irrespirabile. Si trattava di polvere di zolfo.
7- Ultima e forse banale osservazione è quella simbolica: noi sappiamo che la molecola di metano è composta da cinque atomi (CH4) come i cinque angoli della piramide quattro uguali alla base e uno diverso al vertice, ma la molecola di metano ha una forma spaziale piramidale con base triangolare e la molecola di carbonio al centro.
Il biodigestore anaerobico trasforma la biomassa fermentescibile in biogas e sottoprodotti che devono essere periodicamente allontanati dal processo in quanto tossici per i microorganismi usati. Si tratta di composti molto ricchi di sostanze azotate e in base alla loro consistenza si dividono in liquami (parte liquida) e fanghi (parte solida). Di solito oggi vengono utilizzati per la concimazione delle colture agrarie previa il controllo di alcuni elementi inquinanti come metalli pesanti o flora microbica pericolosa in quanto la maggior parte dei biodigestori è stata costruita per smaltire reflui zootecnici e urbani. Durante la mia ricerca mi sono per caso imbattuto in questo dipinto egizio nel papiro di Heruben:


Scusate la mia ingenua interpretazione:
1 - Le due figure con la testa di serpente e felino a sinistra portano i liquami rappresentati dal serpente nero (il movimento di un liquido su una superficie piana) ad una figura femminile che rappresenta la fertilità.
2 - A destra in basso i vasi contenenti del materiale nero potrebbero rappresentare i fanghi interrati precedentemente la semina di grano rappresentato da un fascio di spighe.
3 - La donna irriga con i liquami la coltura già nata (concimazione di copertura) rappresentata dal verde che ricopre il fascio di spighe.
4 – Le immagini superiori rappresentano la trasformazione dell’energia contenuta nei composti azotati dei reflui in frutti.
5 – Il vaso contenente fiori di loto potrebbe significare il pretrattamento dei liquami per renderli utilizzabili come fertiirigazione .
Le coincidenze aumentano con altre due considerazioni agronomiche:
1 – I cereali sono le specie vegetali coltivate che più utilizzano concimazioni azotate per la loro crescita e produzione.
2 – Alcune specie vegetali, tra cui il loto, vengono oggi utilizzate per migliorare la qualità di acque contenenti composti azotati ridotti (ammoniaca, etc.) che risultano tossiche se usate direttamente sulle colture.

Negli impianti moderni il trattamento delle acque azotate avviene in vasche di raccolta dotate di sistemi di arieggiamento della massa in modo da accelerare il processo di ossidazione dei composti azotati, allora dove venivano stoccate queste acque nel complesso di Giza ?


Si avete visto bene è proprio nella vasca che circonda la sfinge che gli antichi egizi stoccavano le acque azotate provenienti dalla fermentazione anaerobica per la produzione di biogas in attesa di un loro possibile riutilizzo e rimettere nel ciclo biologico l’energia contenuta nei suoi composti. Anche in questo caso sono due i fatti che ci portano a questa conclusione:
1 – La sfinge si trova ad una altezza inferiore al tempio e è ad esso collegato tramite un condotto che ne permette il deflusso dei liquidi.
2 – L’erosione orizzontale e verticale della roccia calcarea dovuta ai composti azotati di cui sono ricchi i liquami. 



Fermentazione anaerobica, biomassa e biogas.

Sappiamo che gli egizi conoscevano il processo della fermentazione anaerobica della biomassa per la produzione di biogas come fonte energetica, ma ciò non è sufficiente a spiegare l’enorme impiego di energia per la costruzione di impianti grandi come le piramidi. Secondo la formuletta della redditività energetica: Re= ((Ep-Eu)/S)/T. Cioè la convenienza di ogni processo produttivo è data dalla differenza dell’energia prodotta (Ep) meno l’energia utilizzata (Eu) in un determinato spazio (S) in un intervallo di tempo (T). Per la costruzione delle piramidi è stata utilizzata una enorme quantità di energia (Eu) che per essere prodotta dalla fermentazione della biomassa (Ep) avrebbe avuto bisogno di moltissimi anni (T). Il limite risiede nella qualità energetica intrinseca del biogas contenente il 60% di metano con una quantità di energia, generata dalla combustione, di circa 802 kJ/mol e dallo spazio (metri cubi) necessari allo stoccaggio. (frase ORIGINALE)"Soprattutto il tempo di costruzione non è compatibile con il modesto contenuto energetico del metano perché se l’energia è la capacita di compiere un lavoro per un determinato tempo ( E = L x T) il lavoro compiuto sarà uguale alla quantità di energia liberata in un intervallo di tempo (L = E / T)", (frase INTERPRETATA)"Soprattutto l'energia totale che si libera da un volume di metano (quello stoccato nel volume interno della piramide) reiterato N volte in 20-30 anni é sensibilmente minore dell'energia consumata per la costruzione della piramide nel medesimo periodo di tempo"(Aldo Adanti non fornisce un calcolo approssimativo della energia totale prodotta dalla chimica del metano rispetto alla energia stimata per costruire la piramide). L’enorme lavoro necessario alla costruzione della piramide di cheope nell’intervallo di tempo di 20 -30 anni necessita di una quantità di energia disponibile in tempo brevissimo non giustificabile con l’impiego di biogas e tantomeno con l’energia muscolare di migliaia di operai. Allora se non c’era la convenienza energetica alla costruzione di impianti così monumentali a cosa serviva la produzione di biogas ? Nella piramide di Cheope la stanza più in alto è la cosiddetta “camera del re” costruita con lastre di granito rosso dove si trova un sarcofago dello stesso materiale e proprio qui avviene la concentrazione di energia dalla trasformazione del biogas in un composto molto più ricco energeticamente attraverso una nuova e rivoluzionaria biotecnologia. Il tempio di Dendera copre un'area di circa 40.000 m² ed è interamente circondato da un muro di mattoni a secco. Le più antiche strutture potrebbero risalire al regno di Pepi I (circa 2250 a.C.) mentre sono evidenti i resti di un tempio eretto durante la XVIII dinastia. Tra i molti bassorilievi che decorano il tempio due hanno attirato l'attenzione in modo particolare, essi provengono dalle decorazioni della cripta del tempio. Si tratta di rappresentazioni simboliche del fiore di loto associato con l'immagine del serpente, tradizionalmente legato ai miti egizi della creazione. 

Nel 1894 Joseph Norman Lockyer affermò che si trattasse di rappresentazioni di lampade elettriche ad incandescenza simili ai tubi di Crookes e che questo documentasse le conoscenze degli antichi egizi sull'elettricità. L’ingegnere svedese Henry Kjellson, nel suo libro "Forvunen Teknik" (tecnologia scomparsa) fece notare che nei geroglifici quei serpenti sono descritti come "seref", che significa illuminare, e ritiene che si riferisca a qualche forma di corrente elettrica. Nella scena, all’estrema destra, appare una scatola sulla quale siede un’immagine del Dio egiziano Atum-Ra, che identifica la scatola quale fonte di energia. 



Attaccato alla scatola c’è un cavo intrecciato che l’ingegner Alfred D. Bielek identifica come una copia esatta delle illustrazioni odierne che rappresentano un fascio di fili elettrici. I cavi partono dalla scatola e corrono su tutto il pavimento, arrivando alle basi degli oggetti tubolari, ciascuno dei quali poggia su un sostegno chiamato "djed" (lo Zed) che Bielek identificò con un isolatore ad alto voltaggio. Benché nessuna altra scoperta abbia in seguito confermato tale ipotesi le lampade sono spesso inserite nelle liste di reperti archeologici, o presunti tali, di cui non è possibile fornire una spiegazione soddisfacente. Ma il quesito che sorge spontaneo è se usavano l’elettricità per le lampade come riuscivano a produrla? 


All’interno del tempio troviamo un altro enigmatico bassorilievo che rappresenta uno strano apparecchio che potrebbe rappresentare un originale modello di pila a combustione (fuel cell). 


Dal contenitore a sinistra escono gli ultimi due cordoni collegati alle prime due porte di ingresso all’apparecchio rappresentato da 7 decorazioni a semicerchio (due uguali raffiguranti un fiore con 8 petali). Alla destra del semicerchio i due poli, con alla sommità le porte di uscita e i rispettivi cordoni che tornano al contenitore, sono contenuti in una imbarcazione stilizzata con al centro una sfera con inciso una saetta simbolo dell’elettricità. 


Una pila a combustibile (detta anche cella a combustibile dal nome inglese fuel cell) è un dispositivo elettrochimico che permette di ottenere elettricità direttamente da certe sostanze, tipicamente da idrogeno ed ossigeno, senza che avvenga alcun processo di combustione termica. 


I cordoni che tornano al contenitore rappresentano la ciclicità del processo, cioè la scissione della molecola di acqua attraverso l’elettrolisi con la formazione del gas di Brown (ossidrogeno). 


Questo gas sfrutta gli atomi e non le molecole e la fiamma che ne scaturisce riesce a vaporizzare le sostanze che si pongono davanti ad essa perché interagisce con la sostanza dell'oggetto che sta trattando. Pur sviluppando un calore di 130°C, il gas riesce a vaporizzare il tungsteno che si scioglie a circa 6.000°C, non emette radiazioni nocive e la sua fiamma può essere guardata senza maschere protettive; è inodore e non nuoce se inalato, non esaurisce l’ossigeno vicino alla fiamma perché proprio da questo deriva. Esperti di metallurgia, analizzando alcuni attrezzi egizi, hanno stabilito che in Egitto era in uso un processo di riscaldamento del metallo ad alte temperature che lo portavano alla evaporazione e alla successiva condensazione in polvere; tale procedimento è noto come "metallurgia ceramica" oppure "metallurgia delle polveri". Ma come veniva prodotta questa miscela di idrogeno e ossigeno in un processo energeticamente vantaggioso (Re= ((Ep-Eu)/S)/T) ? Dal tempio di Dendera dobbiamo tornare alla piramide di Cheope e precisamente nella “ Camera del Re” dove, attraverso una sofisticata biotecnologia, il biogas veniva trasformato in idrogeno e anidride carbonica. Pur non avendo a disposizione il microscopio gli egiziani erano a conoscenza di un gruppo di batteri chiamati Archaebacteria caratterizzati dalla possibilità di adattarsi alle condizioni più estreme di vita. In particolare di trarre l’energia dall’ossidazione del metano e trasformare l’anidride carbonica per la formazione dei propri costituenti biologici. Alcune di queste specie sono stati recentemente isolati nei fondali marini ricchi di biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica della sostanza organica. Ma come fanno questi batteri ad ossidare il metano sott’acqua in assenza di ossigeno ? Semplicissimo, come tutti i batteri, ricorrendo ad un particolare enzima capace di scindere la molecola d’acqua in ossigeno da utilizzare per l’ossidazione del metano e l’idrogeno per ridurre l’anidride carbonica in prodotti più complessi. 


Molti gruppi di batteri hanno la caratterisitica di produrre idrogeno attraverso l’azione enzimatica che compie la rottura dei legami idrogeno di numerosi composti organici, ma l’originalità di questa specie risiede nella idrolisi della molecola d’acqua e la produzione di una miscela di ossidrogeno. Ma dove gli antichi egizi avevano isolato questo batterio, non certo sotto i fondali marini ? La conoscenza apparteneva ai sacerdoti, la religione si fondeva con la scienza, mentre oggi viviamo una netta separazione tra religione e scienza e ciò forse ci impedisce di comprendere il vero significato dei documenti che ci hanno lasciato alcune civiltà antiche. Il 4 novembre 1922 avvenne, nella Valle dei Re in Egitto, una sorprendente ed eccezionale scoperta che coronava gli sforzi di un egittologo, l'inglese Howard Carter , (Kensington, 1873 -Londra 1939). Si trattava dell'ingresso murato della tomba di un Faraone della XVIII Dinastia, Tutankhamon (morto diciottenne nel suo nono anno di regno, circa 1318 anni prima di Cristo), l'unica tomba di Tebe (l'attuale Luxor) ritrovata intatta con il suo corredo funerario, ad eccezione di limitati danni apportati dall'incursione di alcuni saccheggiatori che, disturbati, non riuscirono a completare il loro lavoro. Alcuni anni fa, un ricercatore di Milano, Giancarlo Negro , visitando il museo del Cairo, avanzò l'ipotesi che lo scarabeo stercorario (Scarabaeus sacer) , simbolo della rinascita solare (che gli Egizi chiamavano Kheper o Kapri) incastonato al centro di un pettorale di Tutankhamon, non fosse di "calcedonio" (come si riteneva), ma fosse stato intagliato in un materiale più raro e prezioso: il "Silica Glass". 


Questo rarissimo e purissimo vetro naturale, composto al 98% di silicio puro, dai colori varianti dal bianco, al verde-giallo, al verde-azzurro, è il prodotto della fusione ad altissime temperature del quarzo contenuto nella sabbia fino all’ebollizione con successivo lento raffreddamento. Lo Scarabeus sacer è probabilmente la specie più nota di stercorario; questo insetto era venerato nell'Antico Egitto, e sue rappresentazioni pittoriche o in altre forme costituiscono un elemento tipico e ben noto dell'arte egizia. Lo scarabeo era infatti collegato a Khepri, il dio del Sole nascente, che si supponeva creasse il Sole ogni giorno in modo analogo a quello con cui lo scarabeo crea la pallottola di sterco. 


L'espressione scarabeo stercorario, attribuito allo Scarabeus sacer, si riferisce a diverse specie di scarabei che si nutrono di feci e che raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo o per deporvi le uova) facendone caratteristiche pallottole e facendole rotolare sul suolo. Questo genere di comportamento viene esibito da diverse specie delle famiglie Scarabaeidae e Geotrupidae. Una caratteristica di alcune famiglie di Coleotteri è di vivere in simbiosi con specie di batteri e funghi da cui traggono vantaggi dalle modifiche apportate all'ambiente in cui l'insetto compie il suo ciclo vitale. Negli scolitidi (Coleoptera Scolytidae) le femmine scavano in profondità nel legno lunghe gallerie che si ramificano o dilatano a formare vere e proprie camere entro le quali verranno deposte le uova. Le larve non si cibano direttamente del legno, nutrimento assai povero, ma di funghi simbionti introdotti nell’albero ospite dalla madre. All’interno del legno vi sono infatti le ottimali condizioni di tenebra, temperatura e umidità per lo sviluppo dei funghi che tappezzano le pareti delle gallerie degli scolitidi. In questo modo, nutrendosi del micelio fungino presente, oltre a completare la maturazione delle gonadi, s’imbrattano delle spore che poi trasporteranno in un nuovo albero ospite. Lo scarabeo stercoraro depone le uova all’interno di palle di sterco fresco prodotto da numerosi erbivori che vengono interrate accuratamente come nutrimento alle future larve, ma il contatto con il terreno li espone alla contaminazione di funghi e batteri indesiderati compromettendo la vita delle larve. Allora lo stercoraro costruisce accuratamente la palla di sterco irrorandola continuamente con un particolare enzima prodotto da batteri simbionti presenti nelle ghiandole anali. La caratteristica di questo enzima è di disidratare fortemente lo sterco in modo da renderlo inattaccabile da contaminazioni microbiche e garantire la sua stabilità nel terreno fino allo sviluppo della larva. Avete proprio capito bene si tratta di un enzima capace di scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno, gas volatili che si disperdono nell’aria. La propagazione del batterio avviene attraverso la produzione di spore e contaminazione della palla di sterco nutrimento per le giovani larve garantendo la colonizzazione dell’apparato digerente del nuovo insetto. Per questa sua particolare caratteristica lo scarabeo era usato dagli antichi egizi nel processo di mummificazione che richiede una profonda e drastica disidratazione dei tessuti per permettere la loro conservazione nei secoli. La piramide di Cheope fu costruita per ricreare le condizioni fisiche (temperatura e pressione) necessarie allo sviluppo di questo particolare microrganismo nutrito con il biogas della fermentazione anaerobica della biomassa per la produzione di idrogeno utilizzato per generare corrente elettrica e calore in un sistema biologicamente ed energeticamente compatibile con lo sviluppo di una splendida civiltà, senza la necessità di dover occupare e sfruttare nuovi territori e popolazioni.
Celle a combustibile microbiche:
Fuel cells ecocompatibili.

Armati delle conoscenze scientifiche oggi acquisite, proviamo a vedere come funzionava l’impianto biotecnologico della piramide di Cheope. L'elettrolisi è un processo che trasforma energia elettrica in energia chimica, inverso a quello della pila. Con la pila infatti si sfrutta una reazione chimica per produrre energia elettrica, con l'elettrolisi invece si usa l'energia elettrica per far decorrere una reazione chimica che non avverrebbe spontaneamente. Il suo nome deriva dal greco e significa "rompere con l'elettricità", dato che nella maggior parte dei casi sottoporre ad elettrolisi una sostanza significa scomporla nei suoi elementi costitutivi. Per applicazione di una corrente elettrica continua, subiscono elettrolisi tutte quelle sostanze che, in soluzione o fuse, si scompongono in ioni, ossia gli acidi, le basi ed i sali, nonché l'acqua stessa. 


L’elettrolisi dell’acqua produce ossigeno e idrogeno gassosi che a loro volta possono essere utilizzati nella cella a combustibile per produrre energia elettrica. Una cella a combustibile (dal nome inglese fuel cell) è un dispositivo elettochimico che permette di ottenere elettricità direttamente da certe sostanze, tipicamente da idrogeno ed ossigeni, senza che avvenga alcun processo di combustione termica. Fu scoperta per caso nel 1839 da William Grove, un curioso avvocato del Galles con l'hobby della chimica. Durante un esperimento di elettrolisi, procedimento attraverso il quale si può separare idrogeno e ossigeno dall’acqua, si accorse che, nel momento in cui le batterie che alimentavano le celle elettrolitiche venivano escluse, il processo riprendeva al contrario; cioè l’idrogeno e l’ossigeno si riunivano generando elettricità. La comunità scientifica pur interessata inizialmente preferì optare per la dinamo, scoperta poco tempo dopo da Werner Siemens, come generatore di energia elettrica. Passarono 120 anni prima che la NASA adottasse le "fuell cells" per il progetto Apollo. A partire dagli anni ’60 le pile a combustibile sono state utilizzate per tutte le missioni spaziali sia Apollo, sia Shuttle. 


L’interesse per un possibile sviluppo di un’economia a idrogeno ha accelerato lo sviluppo di metodi meno costosi per la sua produzione su vasta scala. Oltre l’elettrolisi, l’idrogeno può essere estratto dall’acqua per termolisi utilizzando calore che comunemente viene attuata dagli idrocarburi e dai combustibili fossili attraverso processi chimici. La produzione su vasta scala dell'idrogeno avviene solitamente mediante lo steam reforming del gas naturale (metano). Ad alte temperature (700–1100 °C), il vapore (H2O) reagisce con il metano (CH4) per produrre syngas (miscela di gas, essenzialmente monossido di carbonio CO e idrogeno H2 ) con un'efficienza approssimativa dell'80%. CH4 + H2O = CO + 3H2 – 191,7 kJ/mol Il calore richiesto per attivare la reazione è generalmente fornito bruciando parte del metano. Anche alcuni processi biochimici permettono la produzione di idrogeno attraverso l’azione enzimatica con notevole risparmio energetico, ma ancora in fase di sperimentazioni per aumentarne l’efficienza: WATER GAS SHIFT Alcuni batteri fotoeterotrofi, appartenenti alla famiglia delle rodospirillacee e in particolare il Rubrivivax gelatinosus , possono crescere al buio, usando CO come sola fonte di carbonio, per generare ATP, idrogeno e CO mediante una reazione di via “water gas shift”. BIOFOTOLISI DELL’ACQUA La generazione di idrogeno ad opera di batteri fermentativi era già nota a partire dal 1930, i primi studi scientifici per la sua produzione sono iniziati nel 1942 con l’impiego di microalghe e nel 1949 con batteri fotosintetici. Oggi sappiamo che alcune alghe e batteri, in particolare microalghe e cyanobatteri sono in grado di produrre idrogeno sotto specifiche condizioni. I pigmenti delle alghe assorbono l’energia solare e gli enzimi nella cellula agiscono da catalizzatori per scindere l’acqua nei suoi componenti di idrogeno e ossigeno. PHOTOFERMENTATION Alcuni batteri fotosintetici, i “purple-non sulfur” , (Rhodobacter spheroides) sono considerati produttori molto efficaci di idrogeno. L’apparato fotosintetico di questo tipo di batteri, in condizioni anaerobiche, è in grado di utilizzare acidi organici (lattico, butirrico) o alcoli come donatori di elettroni, per la produzione di H2. BATTERI NON FOTOTROPICI La produzione di idrogeno con fermentazione al buio avviene mediante l’ausilio di batteri non fototropici, anaerobi o facoltativi capaci di trasformare i carboidrati e le proteine del substrato in gas di idrogeno: Enteroccoccus durans; Enterobacter cloacae vive nelle acque, suoli, piante, liquami, feci umane e animali. Enterobacter aerogenes vive nello stesso ambiente. Bacillus licheniformis Clostridium butyricum vive nei sedimenti marini, formaggi, rumine di vitelli, feci, veleno di serpenti. Clostridium tyrobutyricum vive nel suolo, formaggio, feci bovine e umane. Clostridium pasteurianum Lactobacillus casei vive nel latte, formaggio, letame, foraggio in silos, intestino umano. Se è vera la massima “la verità sta sempre nel mezzo”, la combinazione tra i principi dell’elettrolisi e l’azione enzimatica dei microrganismi ha prodotto la geniale cella a combustibile microbica (MFC) di un gruppo di ricercatori della Penn State guidata dal dottor Bruce Logan.


L’amido della biomassa viene trasformato, attraverso una fermentazione anaerobica, in acido acetico, necessario al metabolismo dei batteri all’interno della cella. I batteri inseriti nella camera dell’ anodo, priva di ossigeno, utilizzano l’acido acetico come fonte energetica per il loro metabolismo catalizzando la sua ossidazione. CH3COOH + 2H2O ? 2CO2 + 8H+ + e- Aggiungendo una piccola quantità di tensione (0,25 V) a quella prodotta dai batteri e non usando l’ossigeno al catodo abbiamo una cella elettrolitica per produrre idrogeno. Ma tutto questo cosa c’entra con la piramide di cheope ? La parola stessa piramide deriva dal greco e la si può tradurre come fuoco (pyr) nel mezzo. cioè l’energia concentrata al centro rappresentato dalla cosiddetta camera sepolcrale del re (5,20 x 10,40 m, alta 5,85 m), in granito di Assuan con un sarcofago vuoto e privo di coperchio. Il soffitto della stanza è formato da nove blocchi di granito dal peso di circa 400 t ed è protetto da un dispositivo costituito di cinque compartimenti disposti uno sopra l'altro (camere di scarico) e separati ognuno da blocchi piatti di granito, l'ultimo dei quali coperto da blocchi di calcare disposti "a contrasto" allo scopo di ripartire le forze di pressione della massa. L'aerazione della camera è assicurata da due prese d'aria, i condotti nord e sud. 


Questo schema rappresenta molto semplicemente la cella elettrolitica microbiologica del faraone Cheope. Il funzionamento è uguale alla cella elettrolitica microbiologica della Penn State con la differenza del metano al posto dell’acido acetico e l’impiego di archeobatteri per la produzione di enzimi. La formula della reazione catalizzata dagli enzimi microbiologici è la seguente: CH4 + 2H20 ? CO2 + 8H+ + 8e- Il metano viene ossidato utilizzando l’ossigeno contenuto nell’acqua, gli elettrodi, anodo e catodo allontanano i metaboliti: la CO2 esce nel condotto dell’anodo dove migrano gli elettroni e l’ H2 passa attraverso il catodo, condotto nord. La differenza di potenziale tra i due elettrodi viene garantita sfruttando la polarità terrestre (orientamento dei condotti nord-sud) e dalla cuspide piramidale monolitica d’oro (pyramidion ) che collega l’anodo al catodo. Sappiamo che l’ossidazione del metano sviluppa energia sotto forma di calore che aumenta la temperatura dell’acqua compromettendo la sopravvivenza degli archeobatteri, ma la struttura (zed) formata da lastre di granito e camere d’aria sopra la camera del re permetteva il raffreddamento della soluzione con la dispersione del calore nella massa della piramide. 


I sacerdoti egizi annualmente celebravano la cerimonia all’interno della piramide e il sarcofago della camera del re veniva riempito con le palline di sterco e interrate con il limo del Nilo. La camera del re veniva completamente allagata di acqua e iniettata di biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica delle canne palustri del Nilo. Lo scarabeo sacro veniva adorato con il nome di Khepri che permetteva la fuoriuscita di Ra (Dio Sole) dalla Duat (oltretomba) rinnovando la rinascita di Nut (dea del cielo). 


La figura distesa indossa un vestito con motivi che rappresentano il pennacchio della canna del Nilo, utilizzata per produrre la biomassa necessaria alla produzione di biogas. La figura centrale, con il cerchio solare sulla testa, poggia su una vasca affiancata dallo zed, le braccia aperte simulano i condotti di aerazione della piramide e penetrano due ankh (simbolo di energia), le mani ne sorreggono altri due orientati verso i poli. Il tutto racchiuso all’interno di una figura femminile molto leggera e ricoperta di stelle, rappresentazione dell’idrogeno prodotto dal processo. Le due imbarcazioni laterali indicano il percorso seguito dal fiume al mare aperto che per il Nilo corrisponde al Sud e Nord. Ritornando al quotidiano, quale utilità possiamo ottenere coniugando le conoscenze odierne con l’esperienza del passato? Ecco uno schema semplificato della tecnologia che potrà rivoluzionare il nostro approvvigionamento energetico e di conseguenza il modo di vivere e lavorare. 


Si tratta di una cella a combustione e elettrolitica microbiologica. In poche parole il suo funzionamento può avvenire secondo lo schema A come cella a combustione per produrre elettricità, oppure schema B come cella elettrolitica per la produzione di idrogeno. La signora Maria, installato l’impianto nella sua abitazione, potrà produrre energia elettrica per le sue esigenze domestiche e immettere in rete quella prodotta in eccesso nelle ore di minor consumo, semplicemente utilizzando la sua fornitura di gas metano e aggiungendo all’impianto il prodotto a base di enzimi prodotto dalla ditta "Pincoenzim". Non solo potrà anche fare il pieno della sua utilitaria ad idrogeno agendo sull’apposita manopola che converte l’impianto a cella elettrolitica utilizzando un po’ dell’energia della rete elettrica. La nostra signora Maria diventerà cliente e fornitore del gestore di energia elettrica che assicurerà il fabbisogno energetico alle attività produttive della zona. Per esempio il nostro amico benzinaio potrà farsi il carburante da solo con un semplice allaccio alla rete elettrica e alla condotta di metano. Ma tutto questo metano dove lo andiamo a prendere ? Semplice, dal nostro amico agricoltore che finalmente potrà reinserire nella rotazione colturale dei propri terreni, il prato poliennale. La biomassa non destinata a consumo alimentare verrà trasformata dal biodigestore in metano e prodotti fertilizzanti da distribuire sul terreno ripristinando la fertilità naturale del suolo. Ma non è finita qui, potrà anche accedere ai famosi “crediti di CO2” creandosi la propria tredicesima da spendere a Natale. Il prato polifita permetterà il recupero della sostanza organica persa negli ultimi 50 anni, stimata intorno al 1,5% in media che corrisponde a 280 quintali per ettaro. Questo enorme quantitativo di biomassa ha liberato nell’atmosfera 506.000 metri cubi di metano e 253.000 metri cubi di CO2 per ettaro. Allora i 7'980'000 ettari italiani di seminativi in 50 anni di moderna agricoltura hanno contribuito alla produzione di gas serra per 4'039'875'000'000 metri cubi di metano e 2'019'937'500'000 di CO2.

http://www.sciamannalucio.it

sabato 23 novembre 2013

MANGIARE LA CARNE, CONFERENZA DI RUDOLF STEINER DEL 13 GENNAIO 1923

0 commenti

L’uomo mangia regolarmente alimenti vegetali e alimenti animali. Vi ho già detto una volta che io non propendo per alcun regime alimentare, ma spiego semplicemente come agisce questo regime.

E’ successo spesso che qualche vegetariano venga da me per parlarmi della sua tendenza a perdere leggermente conoscenza, ecc. ed io allora dico: “beh, ciò dipende dal fatto che lei non mangia la carne.” Bisogna considerare le cose in maniera obbiettiva, vero? Non bisogna voler arrivare ai propri fini con la forza. Ma cosa significa considerare in maniera obbiettiva quanto riguarda l’alimentazione vegetale e l’alimentazione carnea?

Dunque signori, prendiamo in considerazione la pianta. La pianta giunge a sviluppare il suo seme, che è nascosto nella terra, in modo che esso formi foglie verdi e petali colorati. E paragonate ciò che raccogliete della pianta – sia che cogliete la spiga o l’intero cavolo da cucinare – paragonatelo dunque con la carne, con la massa muscolare di un animale. La sostanza è completamente differente, vero? Ma che legame c’è tra queste due sostanze?Sapete bene che ci sono animali che si comportano come vegetariani, essi non mangiano carne. E nemmeno i cavalli sono carnivori, essi non mangiano che vegetali. Ora, bisogna rendersi conto che l’animale non si accontenta di ingurgitare del nutrimento, ma si sbarazza anche in continuazione di ciò che si trova nel suo organismo. Voi sapete che, per esempio, gli uccelli mutano le penne; ogni anno le perdono e devono rimpiazzarle con delle nuove. Sapete che i cervi perdono ogni anno i loro palchi. Voi stessi quando vi tagliate le unghie constatate poi che esse ricrescono. Ma ciò che in questi casi appare in modo visibile, accade continuamente in modo impercettibile! Noi eliminiamo continuamente la nostra pelle, l’ho già spiegato in altre occasioni e nel giro di sette, otto anni noi eliminiamo tutto il nostro corpo e lo rimpiazziamo con un corpo nuovo. Lo stesso succede con gli animali. Fermiamoci un momento a considerare una mucca o un bue: ebbene, se voi lo prendete qualche anno più tardi, la crne che lo costituisce è completamente cambiata.

C’è un po’ di differenza tra il bue e l’uomo; la rigenerazione è più rapida nel bue. La sua carne si è dunque rigenerata; ma da che cosa si origina questa carne? E’ questo che dobbiamo domandarci. All’origine ci sono solo materie vegetali. Il bue ha prodotto da sé la sua carne a partire da materie vegetali. Questa è la cosa più importante che dobbiamo rilevare: l’organismo animale è dunque in grado di trasformare i vegetali in carne. Ebbene, Signori, potete far cuocere un cavolo quanto volete, ma non riuscirete mai a trasformarlo in carne mettendolo in pentola o in casseruola, come non è possibile trasformare in carne la torta che abbiamo appena fatto. Non c’è una tecnica che permetta questa trasformazione. Ma tuttavia ciò che non si può ottenere con la tecnica, avviene nell’organismo animale. E’, molto semplicemente, la carne prodotta dal corpo dell’animale, ma le forze necessarie a quest’operazione devono prima essere presenti nell’organismo. Tra tutte le forze tecnologiche di cui disponiamo, non ci sono quelle in grado di trasformare i vegetali in carne. Non ne abbiamo. Anche il nostro corpo, come quello animale, possiede dunque le forze capaci di trasformare le sostanze vegetali, le materie vegetali in materia carnea. Consideriamo ora una pianta. Essa si trova ancora in un prato o in un campo e fino a questo momento le forze che hanno agito su di lei , hanno fatto spuntare le foglie verdi, le bacche etc.

Supponiamo ora che una mucca mangi questa pianta. Una mucca o un bue che mangi questa pianta, la trasformerà in carne. Ciò significa che il bue possiede in sé le forze che gli permettono di trasformare questa pianta in carne. Immaginiamoci ora che il bue venga voglia di dirsi: ” Ne ho abbastanza di passeggiare e non far altro che mangiare erba ! Un altro maiale può farlo per me ed io mi mangerò questo animale!” Dunque il bue si metterebbe a mangiare la carne e tuttavia egli stesso è in grado di fabbricarsi la carne! Tutte le forze che in lui potrebbero produrre la carne si troverebbero “disoccupate”. Prendiamo una fabbrica qualunque che dovrebbe produrre una cosa qualunque e supponiamo che non si produca niente , ma che si metta ugualmente in moto tutta la fabbrica – immaginate un po’ l’enorme spreco di forze che ci sarebbe! Si sprecherebbe una grande quantità di energia . Ora, Signori, la forza che viene sprecata nel corpo dell’animale non può dissiparsi all’esterno. Il bue trabocca di questa forza; in lui allora essa fa qualcos’altro che trasformare le materie vegetali in materie carnee. Essa agisce in maniera differente e produce in lui ogni sorta di rifiuti. Al posto di carne vengono fabbricate delle sostanze dannose. Il bue si riempirebbe dunque di tutte le tossine possibili se improvvisamente diventasse carnivoro.

In particolare si riempirebbe di acido urico e di urati. Ora gli urati hanno l’abitudine di avere un debole per il sistema nervoso e per il cervello. Se il bue mangiasse direttamente della carne, ne risulterebbe una secrezione di una quantità enorme di urati che si depositerebbero nel cervello e il bue diventerebbe folle. Se potessimo fare l’esperimento di nutrire tutta una mandria di buoi offrendo loro come cibo delle colombe, otterremmo una mandria di buoi completamente pazzi. E’ così che succederebbe. Malgrado la dolcezza delle colombe, i buoi diventerebbero folli.

Vedete dunque che questo fatto contraddice il materialismo, perché se i buoi non mangiassero che colombe, dovrebbero diventare dolci come colombe, se contasse solo l’azione della materia – ma se c’è una cosa che non farebbero, è proprio quella; essi al contrario diventerebbero degli essere terribilmente focosi e scatenati. Pensate solamente che i cavalli confermano già questo fatto: diventano focosi alla minima quantità di carne che gli si dà; si eccitano perché non sono abituati all’alimentazione carnea. Bene, Signori, tutto ciò non è senza riferimento all’uomo. La storia ci insegna una cosa molto interessante, e cioè che una buona parte della popolazione asiatica, è strettamente vegetariana. Quei popoli sono in effetti degli esseri dolci e poco bellicosi.

E’ solo a partire dal Medio Oriente, che si comincia a mangiare la carne ed è proprio là che cominciò il furore guerrafondaio.
Ciò si spiega col fatto che, quei popoli asiatici che non mangiano carne, usano le loro forze per trasformare le materie vegetali in materie carnee, forze che resterebbero inutilizzate, incoscienti. Ne risulta che questi popoli restano dolci, mentre gli altri non lo sono altrettanto. Orbene, bisogna sapere che quegli uomini non hanno potuto abbandonarsi che pian piano a queste riflessioni, che facciamo noi ora. Perché quando gli uomini cominciarono a mangiare la carne, non era possibile abbandonarsi alla riflessione come noi abbiamo appena fatto. Essi erano guidati dal sentimento e dall’istinto. Vedete, il leone mangia sempre la carne, non è vegetariano.

Il leone ha un intestino molto corto. E gli animali che sono erbivori hanno gli intestini molto lunghi. I loro intestini sono molto lunghi. Si trova lo stesso fenomeno nell’uomo. Un uomo discendente da una razza o da un popolo in cui tutti gli antenati mangiavano carne, ha già gli intestini più corti. I suoi intestini sono diventati troppo corte per un’alimentazione esclusivamente vegetariana. E’ allora necessario che l’uomo passi per tutto ciò che lo rende adatto a conservare, malgrado tutto la sua salute, se non mangia che vegetali.

Certo, oggigiorno è veramente possibile essere vegetariani. E ciò porta molti vantaggi. Più precisamente, mangiare solo vegetali e non carne è vantaggioso nella misura in cui ci si stanca meno velocemente dall’interno perché giustamente si evita la secrezione di urati e di acido urico. Ci si affatica meno velocemente e si conserva la testa più chiara , di conseguenza si pensa più facilmente, se mai si pensa. Per chi non può pensare, naturalmente non è vantaggioso avere la testa libera degli urati perché è indispensabile che tutto il complesso umano sia in accordo. In breve è possibile all’uomo diventare vegetariano se fa uno sforzo su se stesso. Allora egli usa delle forze che semplicemente restano inutilizzate dalla maggior parte degli uomini che oggigiorno mangiano carne.

CONSIDERAZIONI sullo YOGA del SOGNO

0 commenti

(Tratto dal Bollettino dell’ Ashram Vidyà di Ottobre 2010 )

“Il giovane Chan disse: «Maestro, questa notte Chan ha sognato di essere una farfalla. Ora Chan non sa se Chan ha sognato di essere una farfalla o se una farfalla ha sognato di essere Chan».


Introduzione
Lo yoga del sogno (milam), assieme allo yoga del calore interno (tummo), lo yoga del corpo illusorio (gyulu), lo yoga della chiara luce (osel), lo yoga dello stato intermedio (bardo) e lo yoga della separazione della coscienza dai veicoli (phowa), fa parte del Naro Chodrug (le "sei dottrine di Naropa"). Tali dottrine sono le più importanti tecniche e  discipline meditative della scuola Kagyupa, una delle quattro principali scuole del Buddhismo Tibetano(1). Esse coincidono parzialmente con le dottrine del Bardo Thotrol.

Lo yoga del sogno ha lo scopo di prepararci alla liberazione dal ciclo delle rinascite durante lo stato intermedio(2) (bardo) nel post-mortem utilizzando:

- lo sviluppo della lucidità(3) durante il sogno, per farci comprendere che le visioni del sogno sono proiezioni della nostra mente, non hanno realtà propria, e sono solo delle apparenze;

- la consapevolezza che lo stato in cui viviamo normalmente da svegli è simile allo stato di sogno.

I sogni, come tutte le esperienze del samsàra, sono dovuti alla metafisica 'avidyà-ignoranza’, cioè la non consapevolezza della nostra vera natura, a causa della quale abbiamo creato e creiamo in continuazione il nostro karma, che poi ci portiamo dietro sotto forma di "semi" (samskàra) e di "tendenze" (vasana) che ci vincolano, e che determinano i nostri comportamenti nel mondo del divenire.

Durante il sogno, i semi karmici si manifestano alla coscienza senza i legami della mente e noi sperimentiamo passivamente le loro proiezioni; durante la veglia, attraverso i sensi colorati dalle tendenze-vasana, sperimentiamo quell'immenso "sogno" isvarico che è il mondo. I nostri sogni, pur dipendendo sempre dalle tendenze karmiche, vengono considerati effetti samsarici quando hanno origine dalle vicissitudini e dai desideri dello stato di veglia; per esempio, un’esperienza che ha particolarmente "impressionato" la nostra psiche può facilmente riemergere durante il sogno. Quando invece i sogni sorgono e dipendono dalla capacità della nostra coscienza di rimanere nello stato di testimone, essi sono considerati sogni di consapevolezza.



Pratica
Per rimanere lucidi nello stato di sogno la dottrina tibetana propone due metodi:

a) il metodo tantrico(4), che ha principalmente lo scopo di prepararci a ottenere la liberazione durante gli stati di bardo;

b) il metodo dello Dzogchen(5) o della "luce naturale", che ha per scopo la liberazione utilizzando il periodo di tempo compreso tra il momento in cui ci addormentiamo e il momento in cui la mente riprende a funzionare; poi la lucidità nel sogno si manifesta come conseguenza della liberazione.

Si riporta sinteticamente l'insegnamento di Namkhai Norbu(6):

“Nello yoga del sogno ci sono due tecniche, una preliiminare e una fondamentale. Secondo la tecnica preliminare è necessario, prima di andare a letto, interiorizzarsi, cioè ritirarsi dalla identificazione con il fisico, le emozioni e i pensieri possibilmente usando la tecnica del pratyahara(7) per poi addormentarsi con l'intenzione di ottenere la lucidità nei sogni. A letto è consigliabile dormire sul fianco destro per rendere libera la narice sinistra. Con la pratica la posizione non ha più importanza.

Dopo la pratica preliminare, abbastanza interiorizzati, prima di addormentarsi visualizzare la lettera "A" bianca e luminosa al centro del corpo percependone anche il suono. Rimanere il più a lungo possibile concentrati su questa lettera cercando di averne un'immagine molto precisa. Poi aumentare lentamente l'interiorizzazione in modo da prendere sonno più facilmente. Nell'addormentarsi è fondamentale mantenere la presenza della "A" bianca; se ci si riesce, si dormirà mantenendo la piena consapevolezza. All'inizio si sperimenterà una certa tensione che si cercherà di allentare rilassandosi ma senza abbandonare l'immagine della "A" bianca fino a quando, completamente rilassati, si entra nel sonno. Probabilmente saranno necessari diversi tentativi ma se si riesce a prendere sonno nel modo appena descritto si entrerà nello stato di sogno riconoscendo facilmente che si sta sognando. Proseguendo con la tecnica, si sarà sempre più coscienti di stare sognando. Con la visualizzazione della "A" bianca prima di dormire si utilizza la mente per raggiungere uno stato che trascende la mente stessa. Al mattino, cercare di svegliarsi con la consapevolezza che ci si sta per svegliare; appena svegli, ricordare la lettera "A" bianca e risuonare il suono "AAAAA". La "A" bianca rappresenta sia l'unificazione del nostro stato di coscienza con quello di tutti i nostri Maestri, sia il fluire armonioso dell'energia nel nostro fisico.

Se malgrado vari tentativi non si riesce a diventare consapevoli di stare sognando, ci si può aiutare visualizzando una "A" rossa nel cakra della gola(8). Se dopo altri tentativi non si diventa consapevoli, si può visualizzare una sfera bianca sulla nostra fronte in corrispondenza del chakra ajna (il cosiddetto "terzo occhio"). Infine, se dopo questi tentativi non si riesce ancora ad essere consapevoli di sognare, si può pensare con continuazione che tutto quello che facciamo e che vediamo durante il giorno è solo un sogno.

Se ci si addormenta con la presenza della "A" bianca e ci si risveglia al mattino con la "A" ancora presente, potrebbe significare che si è rimasti in uno stato interiorizzato per tutta la notte. Quando i sogni diventano pura consapevolezza si è raggiunto lo scopo, e allora non servono altre tecniche.


Lucidità e consapevolezza nel sogno
Sognare significa vivere emozionalmente le visioni proiettate da noi stessi. Nel sogno, come nella veglia, siamo ancora in presenza della dualità soggetto-oggetto(9). Infatti l'io empirico di sogno, generato dalla mente, è il soggetto che fa esperienza dell' oggetto-sogno da lui stesso proiettato. Quando ci addormentiamo perdiamo la nostra identità, la coscienza si ritira dai sensi e la mente si distrae con immagini fino a dissolversi nel buio del sonno(10).

Poi, per poter sognare, la mente ritorna attiva, ricostituiamo sia il senso dell'io empirico con il quale ci identifichiamo, sia la relazione di dualità. Rimaniamo con il senso dell'io di sogno fino al successivo periodo di incoscienza, cioè di sonno, e così durante la notte alterniamo periodi di sonno a periodi di sogno.

Quando, con l'assidua pratica, riusciamo a ottenere la lucidità dei sogni, diventiamo anche consapevoli della loro illusorietà, e allora diventiamo capaci di trasformarli per creare i sogni che vogliamo; così non sono più i sogni a condizionarci, ma siamo noi a guidarli; questo processo lo applichiamo non solo alle forme, ma anche, e specialmente, alle sensazioni, e ciò ci sarà di grande aiuto nello stato di bardo. Se sogniamo qualcosa di spiacevole dobbiamo riuscire a trasformarlo nel suo contrario. Se sogniamo che ci aggredisce un demone irato, ci trasformiamo in un demone più grande di lui. Se siamo aggrediti da entità apparentemente reali, dobbiamo riuscire a trasformarle in enti luminosi. Le possibilità del sogno sono illimitate, possiamo cambiare ciò che vogliamo, ma cambiandolo in un qualcosa di positivo.

A questo punto, però, c'è il pericolo che si crei un certo attaccamento alla capacità di trasformare le immagini del sogno; attaccamento che, se vogliamo progredire, deve essere in ogni caso superato. Se durante il sogno non solo sappiamo di sognare ma abbiamo la consapevolezza che tutto è apparenza, stiamo penetrando nell'essenza della auto-consapevolezza.



Anche la vita da svegli è un sogno
Il progresso nello yoga del sogno dipende dal modo in cui utilizziamo la mente da svegli. Normalmente noi pensiamo che lo stato di veglia, con i suoi desideri e gli attaccamenti, sia più reale dello stato di sogno. La dottrina ci insegna invece che il mondo del divenire, dei fenomeni, che noi consideriamo reale, è non reale, simile al riflesso della luna nell' acqua. Il sogno nello stato di veglia e il sogno nello stato di sonno non sono molto diversi; se osserviamo la loro vera natura scopriamo che non esiste alcuna differenza fra loro. Ad esempio, i due stati sono entrambi vincolati da causa ed effetto, tempo e spazio, anche se nel sogno abbiamo una diversa sensazione del tempo, e quindi anche dello spazio. Dal punto di vista dell' Assoluto tutte le esperienze della vita sono un grande sogno.

Il sogno ci consegna alla veglia, che è essa stessa sogno. Nel sogno, infatti, come nella veglia, crediamo di essere desti, abbiamo il senso del tempo e dello spazio, sono presenti le forme-oggetti, la dualità io-non io, il sentire attrattivo-repulsivo. Nel sogno, come nella veglia, ogni cosa appare reale. Solo al risveglio tutto cambia e ciò che si era creduto vero si rivela per quello che è: un semplice sogno.

Anche gli oggetti dello stato di veglia, se riuscissimo a osservarli come facciamo con quelli onirici da un diverso e più compiuto sistema di coordinate, si rivelerebbero non reali, ma questo implica un Risveglio Coscienziale molto più profondo del comune risveglio dal sonno, il quale conserva intatto il senso dell'io. Questo Risveglio dissolve completamente l'io e con esso il non-io (dualità soggetto-oggetto), perché l'oggetto percepito (spettacolo) scompare con la scomparsa del soggetto percipiente (cioè, lo spettatore).

Riconoscere-realizzare la non-realtà del non-io si può quando si riconosce e si realizza la non-realtà dell'io. Fantasma questo, fantasma quello. Sogno questo, sogno quello. Ma tale riconoscimento-realizzazione è inversamente proporzionale al grado di identificazione col non-essere. Non è facile perciò "morire” all'individualità, riconoscersi di là dal corpo e dalla psiche, in quel vuoto di fisicità, passionalità e razionalità, né d'altronde sarebbe auspicabile, se non si è pronti per questo evento.

Un prematuro disgiungimento dall'io, che reale non è, ma col quale la coscienza si è identificata, senza aderire all'Essere che in realtà si è, può condurre allo smarrimento e innescare nell'individuo un processo patologico che può sfociare in una grave forma di dissociazione psichica. Per la coscienza, finché non ritrova il suo asse centrale (il vero Sé, o Natura-di-Buddha), l'io rappresenta un fondamentale sostegno senza il quale essa vacilla e può crollare. Il senso dell'io costituisce pertanto, nel tempo e nello spazio, un elemento valido e necessario mentre la coscienza va maturando; maturità che coincide appunto con la riconquista del centro e quindi con la disidentificazione dal sogno-illusione.

L'individuo rapporta tutto a se stesso in quanto ‘Io’, e all'io, infatti, egli costantemente guarda sia nell'agire che nel reagire. Con la scomparsa dell'io di riferimento, scompare di conseguenza ogni movimento di natura offensiva e difensiva, non essendoci più un ‘io’ che voglia offendere o che debba difendersi. È la condizione di chi ha riconquistato il Regno dei Cieli, di chi ha ritrovato cioè la Pace perduta.

Col Risveglio, il sogno cosmico tuttavia non scompare, come invece accade alla proiezione individuale notturna del sognatore, (il cosmo è un'Idea proiettata nello spazio e nel tempo dalla Mente-di-Buddha, la Mente del grande Architetto, il solo che può dissolvere la sua Opera), ma per il Risvegliato esso è già scomparso perché è scomparso dalla sua coscienza.



Risveglio è uscire dall'ignoranza. Risveglio è illuminazione.

Favoriamo quindi il Risveglio da entrambi i modi di sognare, maturando in noi la consapevolezza che siamo entrati in un sogno e, identificandoci a esso, abbiamo dimenticato chi siamo e creduto di essere l'individuo che non siamo. L'io (forma psicofisica) è sogno, nient'altro che sogno, e sogno è tutto ciò che appare come altro dall'io, ovvero come ‘non-io’.

Il nostro vero Essere non è che Coscienza, fuori dal tempo e dallo spazio, senza forma, né nome e né qualità, è solo un punto al Centro, Unità senza secondo.

«L'individuo entra e s'identifica col mondo dei nomi e delle forme, viene coinvolto dal moto-evento cosmico e travolto dalla dualità. Un giorno uscirà da questa identifica-zione con lo spettacolo cosmico e riprenderà la sua originaria condizione di Uno-senza-secondo»(11).



NOTE:

1) L'insegnamento di questa scuola ruota intorno al cosiddetto "Grande Sigillo" (Mahamudra) e alle "Sei dottrine di Nàropa" (Naro Chodrug). L'insegnamento venne impartito da Samantabhadra a Tilopa e questi lo trasmise a sua volta a Naropa. Il discepolo di quest'ultimo, Marpa, lo portò in Tibet all'inizio dell'undicesimo secolo.

2) Lo stato intermedio è lo stato fra la morte e la rinascita. Nel post-mortem i vari bardo indicano la durata temporale degli stadi del processo di morte, mentre i kàya rappresentano i relativi stati di coscienza.

3) Lucidità è la consapevolezza di stare sognando, ossia la capacità di mantenere la continuità di coscienza nella veglia, nel sogno e possibilmente anche nel sonno

4) I tantra sono insegnamenti basati sulla trasmutazione dell'energia (prana) dell' ente.

5) Dzogchen o "Grande Perfezione", è l’insegnamento basato sul principio che la realtà, di cui l'individuo è parte, è già completa in se stessa, non c'è niente da aggiungere e niente da togliere. La sua tecnica fondamentale consiste nell'arrivare a intuire che ogni istante della vita, da svegli, nel sogno o nel sonno, si svolge all'interno della pura Coscienza non duale.

6) Namkhai Norbu, ‘Lo yoga del sogno e la pratica della luce naturale’. Consultare anche Tenzin Wangyal Rimpoche, ‘Lo yoga tibetano del sogno e del sonno’. Ubaldini Editore, Roma.

7) Il pratyahara o astrazione è il quinto passo nel Rajayoga di Patanjali. Cfr. Raphael, La Via regale della Realizzazione II, 29 e segg. Edizioni Asram Vidya, Roma.

8) Il chakra della gola o visuddhacakra è il centro mentale e rappresenta la coscienza empirica. Per un approfondimento di questo importante centro energetico cfr. Raphael, La triplice Via del Fuoco cap I, sutra 68 e segg., e il testo già citato La Via regale della Realizzazione, cap. III.

9) Nella veglia, cioè nel piano grossolano (visva) per mezzo dei sensi, sperimentiamo la dualità oggettiva; nel sogno, nel piano sottile (taijasa) sperimentiamo la dualità soggettiva delle nostre proiezioni.

10) È lo stato di sonno profondo (prajna) in cui dimoriamo nella coscienza isvarica, senza esseme coscienti.

11) Raphael, La Triplice Via del Fuoco, II. VII. 4. Edizioni Asram Vidya, Roma.

AGENZIA SPAZIALE EUROPEA: LA LUNA DI MARTE E' ARTIFICIALE

0 commenti

La prestigiosa Agenzia Spaziale Europea , ESA (European Space Agency) ha dichiarato che Phobos, la misteriosa luna di Marte, è artificiale. Almeno 1/3 di Phobos è cavo e non ha origini naturali, ovvero è di natura aliena.    
La ESA è la controparte europea della NASA. Forse che questa rivelazione potrà motivare la NASA a rendere pubblici i segreti che custodisce? Non contateci… perché se Phobos è artificiale, un civiltà aliena deve averla messa lì…

 Il primo a credere che Phobos fosse artificiale fu il famoso astrofisico russo  Dr. Iosif Samuilovich Shklovsky, quando calcolo’ il movimento orbitale del satellite di Marte, Phobos. Egli giunse alla inevitabile conclusione che la luna di Marte è cava e artificiale, in sostanza una astronave titanica   
L’astronomo russo, il Dr. Cherman Struve, spese mesi a calcolare  le orbite delle due lune marziali e lo fece con estrema accuratezza  agli inizi del 20° secolo. Studiando le note dell’astronomo, Shklovsky si rese conto, col passare dei decenni, che la velocità e posizione orbitale di  Phobos non corrispondevano piu’ alla posizione formulata matematicamente da  Struve.

Dopo un lungo studio delle forze gravitazionali, magnetiche e delle maree, Shklovsky giunse alla ferma conclusione che , “ non ci sono elementi che facciano supporre che cause naturali siano le origini delle due strane lune e loro comportamento bizzarro, particolarmente quello mostrato da  Phobos. Le lune quindi sono artificiali. Qualcosa o qualcuno le ha costruite".

Durante una intervista relative  alla misteriosa luna marziana, Shklovsky spiegò: "C’è solo un modo in cui si possono riconciliare i requisiti di coerenza e costanza di forma di Phobos e la sua densità media estremamente bassa: dobbiamo dedurre che Phobos sia cava, un corpo vuoto,  che assomiglia ad una lattina vuota."

La scienza mainstream (ufficiale) per decenni  ha ignorato il lavoro innovativo di  Shklovsky, fino a che la ESA ha cominciato a guardare piu’ da vicino questa strana piccola luna. Ed uno studio dell’ESA ha dichiarato Phobos non naturale.

L’abstract dello studio dell’ESA, che è apparso  nella rivista in peer-review, Geophysical Research Letters, rivela che Phobos non è cio’ che da generazioni credono molti astronomi e astrofisici, ovvero che sia un asteroide catturato.

"Noi riportiamo risultati indipendenti da due sottogruppi del team Mars Express Radio Science (MaRS) che in modo indipendente hanno analizzato i dati di rilevamento radio del Mars Express (MEX), allo scopo di determinare  in modo concreto , l’attrazione gravitazionale della luna Phobos sulla astronave MEX  e quindi la massa di Phobs.
Ci sono nuovi valori  per il parametro gravitazionale (GM=0.7127 ± 0.0021 x 10-³ km³/s²) e la densità di Phobos (1876 ± 20 kg/m³)  che forniscono significativi nuovi limiti sul range corrispondente  della porosità del corpo (30% ± 5%) e forniscono una base per una interpretazione maggiore della struttura interna. La nostra conclusione è che l’interno di  Phobos contiene probabilmente  grandi vuoti. Quando applichiamo questi risultati a varie ipotesi che riguardano l’origine di Phobos, questi risultati sono in contrasto con l’affermazione che Phobos sia un asteroide catturato."
Casey Kazan scrive in ESA:  Phobos, la luna di Marte  'Artificiale,'…che il sito ufficiale dell’ESA su Phobos conteneva espliciti dati scientifici, provenienti da piu’ prospettive, che hanno fortemente sostenuto l’idea che ciò è come apparirebbero degli echo di un radar, che ritornassero dall’interno di una  gigantesca astronave geometrica e cava . Infatti erano la fonte primaria della segnatura radar interna che si vede geometricamente in 3D.
La convergenza di tutti e tre questi esperimenti indipendenti del Mars Express – immagine e distribuzione della massa interna, (rilevamento) e immagine radar interno, ora concordano sul fatto che l’interno di Phobos è parzialmente cavo, con dei vuoti geometrici al suo interno. E questo significa che Phobos è artificiale”
In alter parole …Phobos non è un satellite naturale, non è un asteroide catturato ed è cavo. Questo è esattamente cio’ che il Dr. Shklovsky trovo’ allora, negli anni ‘60. Phobos è stato costruito artificialmente e collocate nell’orbita di Marte. Ma...da chi?
Fonte: http://www.ubuntuparty.org.za/2013/02/we-are-not-alone-european-space-agency.html
Credit: 
(Taken from a weekly report by George A. Filer - MUFON Director)
Traduzione Cristina Bassi

venerdì 24 maggio 2013

Carl Gustav Jung - Gli archetipi e l'inconscio collettivo

0 commenti




Archetipo

Termine che nella teoria psicoanalitica di Carl Gustav Jung si riferisce a una rappresentazione mentale primaria, che fa parte dell'inconscio collettivo e si manifesta in simboli presenti in tutte le culture e in ogni epoca storica. L’archetipo è il prodotto delle esperienze primordiali dell’umanità relative agli aspetti fondamentali della vita. Non è possibile entrare in rapporto diretto con l’archetipo, ma si possono percepire i suoi effetti, come immagini simboliche, in ogni genere di manifestazione psichica: sogni, sintomi nevrotici, visioni, arte, fantasia, prodotti dell’immaginazione libera, oltre che nei miti, nelle fiabe e nella religione.

Gli archetipi che rappresentano le strutture psichiche di base si sono sviluppati come nuclei psichici separati; essi sono la Madre, il Senex, il Puer, l’Ombra, la Persona, l’Anima, l’Animus e il Sé.

L’archetipo della Madre si riferisce a una immagine della figura materna a cui la madre reale viene assimilata nella psiche individuale. Tale archetipo viene proiettato sulla madre concreta, attribuendole potenza e fascino. Il prototipo di madre ereditato dal bambino influenza in maniera determinante l’idea che egli si formerà della propria madre. L’immagine primordiale della madre si manifesta sotto molte forme, ad esempio la “vecchia saggia” o la “dea della fecondità”, nel suo lato positivo, la “strega” o la “madre terribile” in quello negativo. Come tutti gli archetipi, infatti, la Madre presenta aspetti di luce e di ombra.

L’archetipo del Senex (in latino “vecchio”) racchiude, nel lato positivo, caratteristiche psicologiche come stabilità, maturità, saggezza, senso di responsabilità; in senso negativo si riferisce ad atteggiamenti derivanti da eccessivo tradizionalismo, dispotismo, cinismo e mancanza di fantasia.

L’archetipo del Puer Aeternus (in latino “fanciullo eterno, divino”) deriva da un dio dell’antichità, successivamente identificato con Dioniso e con Eros. È il dio della giovinezza, della vita, della resurrezione dopo la morte, del rinnovamento. Nella psicologia analitica junghiana questa definizione viene attribuita a una personalità maschile che, in età adulta, ha ancora le caratteristiche dell’adolescenza e una dipendenza troppo forte dalla madre. Si manifesta, nel lato negativo, come rifiuto di assumere responsabilità, in quello positivo, invece, risveglia le risorse creative e le capacità di rinnovamento della psiche.

L’archetipo dell’Ombra rappresenta una parte inconscia della personalità, contraddistinta da inclinazioni e comportamenti (sia negativi che positivi) rimossi dall’Io cosciente. Nei sogni compare sotto forma di una persona dello stesso sesso del sognatore. Il riconoscimento della propria Ombra, generalmente, implica una crescita nel processo di evoluzione psicologica.

L’archetipo della Persona (in latino “maschera dell’attore”) esprime il ruolo sociale, derivante dalle aspettative della società e dell’educazione. L’Io equilibrato è in rapporto con il mondo attraverso una Persona adattabile. L’identificazione con la Persona, cioè con il proprio ruolo sociale, è in contrasto con lo sviluppo psicologico.

L’archetipo dell’Anima (in latino “anima”) denota la parte inconscia femminile della personalità dell’uomo. Nei sogni è rappresentata da immagini di donne di vario genere: dalla seduttrice alla guida spirituale. L’Anima rappresenta la funzione relazionale (eros), quindi la sua evoluzione nell’uomo si manifesta nel modo di rapportarsi alle donne. L’identificazione con l’Anima può avere come conseguenza l’emergere di tratti psicologici come volubilità, eccitabilità, melanconia.

L’archetipo dell’Animus (in latino “spirito”) definisce l’elemento maschile dell’inconscio femminile. Costituisce la funzione razionale (logos) e compare nei sogni come figura maschile. L’identificazione con l’Animus può manifestarsi con caratteristiche di ostinazione, durezza, sfida, mentre nell’aspetto più positivo mette in relazione la donna con le energie creative dell’inconscio.

Il Sé è l’archetipo dell’unità e della totalità della psiche, sulla quale esercita un effetto ordinatore. Si manifesta nelle visioni, nei sogni, nei miti e nelle fiabe come “personalità di grado superiore”, ad esempio come figura regale o eroica oppure, in forme astratte, come cerchio, quadrato, mandala.

Inconscio collettivo

Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, parte dell'inconscio che comprende le esperienze di tutte le generazioni passate, a partire dai primordi dell'umanità. Ogni persona, attraverso l’inconscio collettivo, è riportata alle possibilità ereditarie della psiche, comprese quelle inerenti alle origini animali.

L’inconscio collettivo è impersonale e universale, è pressoché invariabile e regolare, si esprime nel linguaggio del mito e della psicologia arcaica, e ha fondamento nel corpo. È composto da due versanti: quello degli istinti e quello degli archetipi. Gli istinti sono descritti da Jung come modi tipici dell’agire, in quanto spingono l’uomo a un comportamento umano. Gli archetipi sono definiti modi tipici della comprensione e percezione umana e dell’adattamento all’ambiente.

Si possono ritrovare le manifestazioni dell'inconscio collettivo nella storia e nella cultura dei diversi popoli e, in particolare, nei simboli che popolano i sogni, nelle allucinazioni degli psicotici, nei miti e nei riti delle religioni, e nelle opere d'arte. Jung definisce l’inconscio collettivo un mondo d’immagini.

giovedì 14 marzo 2013

Pensare è creare - Conte di Saint-Germain

0 commenti


Ho detto che l'uomo non pensa; che sono io dentro di lui, che penso; ho anche detto che l'uomo crede di pensare. Siccome questo è, in apparenza, una contraddizione, io ti mostrerò che l'uomo normalmente non pensa, più che non faccia ogni altra cosa ch'egli supponga di fare. Poiché io, dentro di lui, faccio tutto ciò che egli fa; ma lo faccio necessariamente per mezzo del suo organismo, della sua personalità, del suo corpo, della sua mente e della sua anima. Cercherò ora di farti comprendere come ciò possa essere. Ricorda prima di tutto che io ti feci a mia immagine e somiglianza e che ho il mio Essere dentro di te. Ma questo non lo credi ancora. Tu credi che io, Dio, sia in qualche luogo fuori di te: che noi siamo separati. Inoltre, ciò che tu fai quando credi di pensare non è realmente «pensare» perché non è un pensare cosciente, essendo tu inconscio di me, l'ispiratore, il dirigente di ogni idea, di ogni pensiero che entra nella tua mente. Ancora, essendo io in te e tu fatto a mia immagine e somiglianza, e possedendo quindi tutte le mie facoltà, tu puoi pensare; ma non essendo conscio del fatto che pensare è creare e che pensando tu adoperi uno dei miei divini poteri, tu hai bensì pensato durante tutta la vita, ma hai pensato male, cioè hai pensato ciò che tu chiameresti l'errore. Questo pensare erroneamente ti ha sempre più separato da me, pur adempiendo il mio piano, che più innanzi ti sarà manifesto.

La prova di questo è che tu credi di essere separato da me e di vivere in un mondo materiale; che il tuo corpo di carne produca e accolga il piacere e il dolore e che nel mondo si manifesti una cattiva influenza, chiamata Demonio, la quale si opponga alla mia volontà. E così è per te, poiché tutto è, per l'uomo, come egli pensa o crede che sia. E sono pure io che ho fatto apparire all'uomo tutto ciò, come se fosse ciò che egli pensa che sia. Anche questo in vista del mio intento e per adempiere la legge del creare. Infatti, se tu credi che una cosa sia in un certo modo, non è essa, per te, realmente così? Se una cosa ti sembra reale, sia essa una gioia o un dolore, un disturbo o un cruccio, o qualunque altra cosa, condizione o esperienza, non è essa reale per te solo perché il tuo pensarla e crederla tale la fa tale per te? Ma essa sembra reale soltanto a te: altri possono pensarla del tutto differente, non è vero? E se è così, allora il tuo corpo, la tua personalità, il tuo carattere, il tuo ambiente, il tuo mondo, sono come appaiono a te solo perché tu li hai pensati tali. Tu puoi quindi cambiarli col medesimo processo, se non ti piacciono, non è vero? E tu puoi farli comunque tu voglia, pensandoli tali. Ma tu domandi: come si può realmente pensare, coscientemente pensare, in modo da produrre questo cambiamento?

Sappi innanzitutto che io, il tuo Sé reale, ho espressamente attirato la tua attenzione su queste cose che ora ti dispiacciono e che te le lascio pensare quali esse ora ti sembrano.  Io, io solo preparo così la tua mente umana in modo che quando tu ti volgerai interiormente a me con fede durevole, possa renderti capace di comprendere e manifestare esteriormente la realtà delle cose che ora ti sembrano così poco soddisfacenti. Poiché io ti porto tutto ciò che, con la sua apparenza esterna, può attrarre o allettare la tua mente umana e spingerla innanzi nella sua ricerca terrena, allo scopo di istruirti intorno alla illusorietà di tutte le apparenze materiali e alla fallibilità d'ogni giudizio umano: cosicché tu ti volga finalmente a me, dentro, alla mia sapienza, come Una e unica interprete e guida. E quando tu ti sia così volto a me dentro, io aprirò i tuoi occhi e ti farò vedere che l'unico modo di provocare questo cambiamento nel pensare è di mutare prima il tuo atteggiamento verso tutte queste cose che ora tu pensi non siano quel che dovrebbero essere; cioè, se esse non sono soddisfacenti o ti sembrano biasimevoli e ti toccano al punto da recarti dolore o disturbo della mente, ebbene, cessa di pensare che esse possano addolorarti o disturbarti. Chi è, insomma, il padrone? Il tuo corpo, la tua mente? Oppure Tu, l'Io sono interiore? Allora perché non mostrare che tu sei il padrone, pensando le vere cose che l'Io sono dentro di te desidera che tu pensi?

Tutte le cose influiscono su di te solo in quanto tu le pensi e dai loro il potere di turbarti o tediarti. Se tu cessi di pensare che esse abbiano questo potere, ti volgi dentro a me e mi permetti di dirigere il tuo pensiero, esse spariranno immediatamente dalla tua coscienza e si dissolveranno nel nulla, da cui tu, pensandole, le hai tratte. Quando tu sarai disposto a fare questo, solo allora sarai pronto a riconoscere la verità e, per mezzo di un pensare cosciente diretto da me, a creare al loro posto le cose vere e permanenti che io, dentro, desidero che tu crei.Allora, quando tu saprai distinguere il vero dal falso, il reale dall'apparente, il tuo pensiero cosciente sarà tanto potente da creare tutto ciò che desideri, come lo è stato il tuo pensiero inconscio nel creare in passato quelle cose che tu, un tempo, desiderasti e che ora trovi odiose. Poiché fu per il tuo pensiero inconscio, o per il tuo pensare senza aver coscienza del dominio che i tuoi desideri esercitavano sui tuoi poteri creativi, che il tuo mondo e la tua vita sono ora ciò che tu qualche volta in passato desiderasti che fossero.

Hai tu studiato e analizzato mai il processo con cui lavora la tua mente quando le appare una nuova idea fertile di possibilità? Hai notato la relazione che il desiderio ha con quell'idea e come pensandola essa alfine si realizzi? Studiamo questa relazione, questo processo. Prima di tutto c'è sempre un'idea, non considerando adesso la necessità o l'occasione per cui essa è apparsa. E non importa di dove essa venga, se di dentro o di fuori: poiché in ogni modo sono io che l'ispiro e faccio sì ch'essa impressioni la tua coscienza in quel particolare momento. Poi, precisamente nella misura in cui tu ti concentri su di essa, arrestando tutte le attività della tua mente ed eliminando tutte le altre idee e pensieri dalla tua coscienza, in modo che questa possa avere pieno impero su tale idea, io illumino la tua mente e faccio svolgere dinanzi a essa i vari aspetti, le varie possibilità ch'essa contiene. Tutto ciò ha luogo, fino a questo punto, senza il concorso della tua volontà, tranne che nel mettere a fuoco, nel concentrare la tua attenzione su quell'idea. Ma una volta che io ho dato alla tua mente umana una prospettiva delle sue possibilità e ho attirato a essa il tuo interesse, allora diviene responsabile la tua personalità: allora essa deve assumere il suo compito, poiché come io creai e generai quell'idea, così nell'atto stesso io generai in essa il potere di creare e generare il desiderio, desiderio di portare a manifestazione esterna tutte le possibilità dell'idea stessa.  Il desiderio, quindi, diviene l'agente mortale della mia Volontà e fornisce la forza motrice; precisamente come la personalità umana è lo
strumento mortale adoperato per costringere e mettere a fuoco quel potere.  Nasce per prima, quindi, l'idea nella mente, poi sorge il desiderio di realizzarla.  Questo per ciò che concerne la relazione. Veniamo ora al processo di realizzazione.

A seconda della precisione con cui la mente afferra l'immagine dell'idea e nella misura con cui l'idea possiede la personalità, procede nell'opera sua il potere creativo, sotto l'impulso del desiderio.  E fa questo costringendo la mente mortale a pensare o immaginare o, in altre parole, a costruire forme mentali in cui io posso, come in un vuoto, riversare la forza vitale, elementare, impersonale dell'idea, che subito comincia a realizzarsi, prima dirigendo e dominando la coscienza e tutte le attività della mente e del corpo, e di tutte le
menti e di tutti i corpi che sono in relazione con essa stessa, e poi attraendo, guidando, modellando le cose e gli eventi in modo che prima o poi quell'idea possa avere definita e tangibile manifestazione. Così ogni cosa, ogni condizione, ogni evento, furono prima un'idea nella mente. Pensa questo e fa tu stesso la prova.  Prendi un'idea qualunque e seguila attraverso tutto il processo, dal suo primo apparire alla sua realizzazione: oppure prendi un atto qualunque da te compiuto, una tua opera d'arte, una tua invenzione o qualunque cosa o condizione ora esistente e risali alle sue origini, all'idea prima da cui partì.  Questo è il processo di ogni vero pensare e quindi di tutta la creazione.

In altre parole, tu hai ora e hai sempre avuto, per mezzo del potere del pensiero, il dominio su tutti i regni della Terra.  Se solo tu lo sapessi, tu hai, ora, in questo momento, solo da pensare o proferire parola e la coscienza aspettante di tutte le cellule invisibili di tutta la materia su cui si concentrano la tua volontà e la tua attenzione, cominceranno a obbedire immediatamente e ad agire a seconda dell'immagine o dei piani che tu hai preparato pensandoli. Una volta che tu sei persuaso di questo e che sai che la coscienza dell'Io sono in te è una con la coscienza di tutta la materia animata e inanimata, e che la sua volontà è una con la tua, che è la mia volontà, allora tu comincerai a conoscere e sentire me dentro e riconoscerai il potere e lo splendore della mia idea, che esprime eternamente se stessa, impersonalmente per mezzo tuo. Ma prima è assolutamente necessario che tu impari a pensare, a distinguere i tuoi pensieri, quelli diretti da me, dentro, dai pensieri degli altri, a rintracciare fino alla loro origine la sorgente dei pensieri, a bandire dalla tua coscienza quelli che non sono desiderabili e, finalmente, a dominare e utilizzare i tuoi desideri in modo che essi servano sempre te, invece di renderti loro schiavo.

Tu hai in te tutte le possibilità: poiché io sono in te.  La mia idea deve esprimersi per mezzo tuo.  Essa si esprimerà perfettamente se tu lo permetterai: se tu calmerai la tua mente umana, se metterai da parte le tue idee, credenze e opinioni personali e la lascerai fluire dall'esterno.  Tu non hai che da volgerti dentro, a me, e lasciarmi dirigere il tuo pensiero, lasciarmi esprimere qualunque cosa io voglia, accettando personalmente e facendo ciò che io desidero che tu faccia.  Allora nella tua vita ci sarà una grande armonia, il tuo mondo diverrà un paradiso e tu stesso diverrai uno con me.